Sintomi e trattamento della pubalgia

La pubalgia rappresenta una delle affezioni più temute dagli sportivi, in generale, e dai calciatori in particolare. Quando un calciatore sente parlare di pubalgia comincia a rabbrividire, soprattutto se personalmente ha già sperimentato i sintomi tipici o ha avuto qualche compagno che ne ha sofferto. 
La pubalgia è una patologia di difficile e controversa interpretazione, soprattutto in virtù della complessità anatomica della regione pubica, nonché del frequente sovrapporsi di diversi fattori contribuenti che rendono il quadro clinico spesso non chiaro. Anche il termine stesso che la designa risulta piuttosto ambiguo o quantomeno riduttivo rispetto ai molteplici quadri clinici che la caratterizzano.

Essa si manifesta con una sintomatologia dolorosa che interessa la zona pubica con associata, spesso, una irradiazione dolorosa sulla faccia interna della coscia (muscoli adduttori); in alcuni casi il sintomo doloroso può localizzarsi al basso ventre (sede d’inserzione dei muscoli addominali), altre volte può interessare la zona perineale oppure la sinfisi pubica.

 due terzi dei pazienti riferiscono un’insorgenza di tipo progressivo del dolore, mentre solamente un terzo parla di un’insorgenza improvvisa e brutale. La sintomatologia dolorosa ha intensità molto variabili che possono andare dal semplice fastidio sino al dolore acuto di intensità tale da compromettere anche le semplici attività della vita quotidiana quali il camminare, il vestirsi, il salire e lo scendere le scale arrivando, talvolta, anche a compromettere il sonno. Il dolore può comparire in seguito agli allenamenti o alle gare, essere già presente prima della prestazione e scomparire durante la fase di riscaldamento per poi ricomparire durante l’attività. Nei casi estremi la sintomatologia impedisce di fatto la prestazione stessa.
Da quanto reperibile in letteratura essa costituisce il 2-5% delle patologie dello sportivo e rappresenta il 10-18% delle patologie nel calcio.
Le attività più a rischio sarebbero rappresentate, quindi, in primo luogo dal calcio e, ad un livello minore, dall’hockey, dal rugby e dalla corsa di fondo; seguono poi tutte le altre discipline in percentuali variabili.
Nell’ambito del calcio esistono sicuramente molti gesti tecnici che possono favorire l’insorgenza della patologia: salti, dribbling, movimenti di cutting, contrasti in fase di gioco eseguiti in scivolata e l’atto stesso del calciare sono fonte di importanti sollecitazioni a livello della sinfisi pubica e richiedono complessi lavori di sinergia fra muscoli addominali e muscolatura dell’arto inferiore.
La letteratura internazionale tende a distinguere i quadri clinici in base al tipo di lesione e alla sintomatologia riferita dal paziente. 
Classicamente la suddivisione fa riferimento a tre entità anatomo-cliniche tra loro spesso associate:
  • la patologia della parete addominale, che interessa la parte inferiore dei muscoli larghi dell’addome (grande obliquo, piccolo obliquo, traverso addominale) e gli elementi anatomici che costituiscono il canale inguinale (ernie o debolezze della parete anteriore o posteriore, intrappolamenti o sofferenze dei rami nervosi);
  • la patologia dei muscoli adduttori (tendinopatie inserzionali o affezioni muscolari);
  • la patologia a carico della sinfisi pubica, tipicamente l’osteo-artropatia pubica, da molti considerata l’unica vera forma di pubalgia.
Questa suddivisione, seppur costituisca un importante riferimento nel porre diagnosi e nell’impostare un idoneo trattamento, nella pratica quotidiana è tutt’altro che esaustivo di fronte alla complessità dei fattori contribuenti la patologia.
Esistono sui pazienti un’infinità di fattori che potrebbero predisporre l’atleta all’insorgenza della pubalgia: disfunzioni a carico dell’anca o dell’articolazione sacro-iliaca, squilibri fra i diversi gruppi muscolari o all’interno di uno stesso gruppo muscolare, patologie della colonna lombare o del passaggio dorso-lombare, asimmetrie degli arti inferiori, deficit di estensibilità muscolari e via dicendo, tant’è che la ricerca nell’ambito specifico arriva a riconoscere più di 70 differenti cause contribuenti.
La pubalgia è una di quelle patologie attorno alle quali si è creata una sorta di aura magica e per le quali tanta gente inventa, improvvisa, costruisce teorie.
Se dovessimo parlare con operatori sanitari, medici e non, probabilmente troveremmo una miriade di versioni discordanti che si basano, a volte, solo su convinzioni personali.
La risoluzione di un disturbo così complesso e variegato deve passare attraverso non solo lo sforzo di un operatore esperto ma anche attraverso l’impegno e la pazienza della persona che ne è affetta. Molto spesso questo fastidio è il risultato del sovrapporsi di diverse disfunzioni a carico dell’apparato osteo-articolare e di gestualità motorie viziate che persistono da molto tempo e che ad un certo punto il nostro organismo non riesce più a compensare. Correggere e ristabilire le normali funzionalità ed i corretti sinergismi motori è un lavoro tutt’altro che semplice e rapido.
Il trattamento della Pubalgia, proprio in virtù delle sue caratteristiche e della molteplicità dei fattori predisponenti e contribuenti non può essere standardizzato.
Nella stragrande maggioranza dei casi esso è di tipo conservativo e si deve basare su un’attenta valutazione clinica (visita con un professionista esperto) e a volte strumentale (ecografia, RX, Risonanza….). Sulla base di quanto rilevato il trattamento potrà prevedere l’utilizzo di terapie fisiche (LASER, TECAR, Ultrasuoni…..) associato ad un attento programma rieducativo che si prefigga l’obiettivo di ristabilire i normali sinergismi muscolari e di correggere le disfunzioni di movimento caratteristiche di ogni soggetto. In alcuni casi vi si può associare una terapia infiltrativa locale o mesoterapia.

 

Molto raramente si deve ricorrere all’intervento chirurgico: esso diventa necessario quando si evidenziano patologie della parete addominale (ernia e sport ernia) o quando la condizione di alcune strutture (tendine o sinfisi pubica) presentano alterazioni degenerative di grado avanzato.